Gianluca Polastri un ex alunno della Maestra Grazia, della Scuola Elementare Giovanni XXIII.
“Quando ho saputo che la Maestra Grazia Armeli ci aveva lasciati, sono affiorate diverse sensazioni e, con esse, i ricordi. La maestra delle scuole elementari è una figura che appare sfuocata come in un sogno, appartenendo a una stagione della vita felice e lontana. È difficile quindi offrirne un ritratto fedele, ma è possibile senza sforzi riportare ciò che ha lasciato impresso nelle nostre vite.
Ricordo la mia Maestra come una donna seria, diligente, attenta, determinata, impegnata e giusta.
In disparte all’indiscussa capacità di trasmettere l’amore per il sapere, offrendo un metodo di studio (e di pensiero) che ancora oggi mi accompagna quotidianamente, ciò che è rimasto indelebilmente impresso è la sua capacità di attuare con rigorosa dolcezza tre aspetti dell’insegnamento oggi forse fuori moda: valutare, educare e premiare.
Per rendere l’idea non posso che affidarmi ad alcuni episodi che ancora oggi, a distanza di tanti anni, affiorano alla mente.
Il primo, particolarmente gustoso, riguarda un’interrogazione di storia. Allora, anche se eravamo solo dei bambini, la Maestra – alla quale si dava del Lei – periodicamente verificava il nostro impegno nello studio, esprimendo sempre un giudizio: insufficiente, mediocre, sufficiente, buono, distinto e ottimo.
Una mattina capitò – credo fossi in terza elementare – che la Maestra interrogò in storia e, in particolare, mi chiese cosa fossero le colonie romane. Avevo trascorso il pomeriggio precedente a bighellonare con il mio amichetto Michele giocando nel suo bel giardino di Milanino fino a sera. Non sapevo proprio cosa rispondere e, lì per lì, mi ricordai che la mia povera nonna materna raccontava che, orfana di padre, morto pochi anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, venne spedita in Liguria per un’estate intera beneficiando del welfare apprestato agli orfani di guerra dalla retorica del Ventennio. Quella fu la prima volta che la nonna, ancora entusiasta, vide il mare, e, appunto, lo vide in “colonia”. Spontaneamente risposi dunque alla Maestra che le colonie erano il luogo dove i romani portavano i figli in vacanza.
Ciò che ora susciterebbe risate sguaiate non provocò affatto il buon umore. Ricordo ancora che, con ferma pacatezza, la Maestra mi mise in punizione, vietandomi di andare nel giardino della scuola durante la ricreazione per un lungo tempo (non so quantificarlo, perché da bambini i tempi e gli spazi sembrano infiniti).
Inutile dire che dal giorno successivo diventai il massimo esperto di storia romana.
Così come ricordo che al termine di un anno scolastico (credo la quarta) arrivò il momento di distribuire agli alunni i vari lavoretti fatti durante l’anno. Non ce ne erano per tutti, ma la Maestra aveva un suo metodo per assegnarli: i meno ambìti venivano estratti a sorte, i più belli, invece, venivano assegnati a chi si era distinto in una determinata materia. Quell’anno ero stato particolarmente brillante in qualche disciplina che ora non ricordo e la Maestra decise di regalarmi un lavoretto. Fu una grande soddisfazione! Quel regalo non era il frutto della sorte, bensì di una scelta, di un merito che era stato premiato.
Anche nell’organizzazione delle escursioni, la Maestra non lasciava nulla al caso.
Un anno ci portò al parco faunistico Le Cornelle. Fu la prima volta che vidi gli animali esotici e fu una esperienza incredibile per tutta la classe. Siccome la Maestra sapeva che saremmo stati curiosi, decise di farci compilare un foglio, qualche giorno prima della gita, sul quale dovevamo annotare tutto ciò che volevamo sapere sugli animali. In questo modo tutti abbiamo avuto uno spazio ordinato per fare i nostri interventi, senza che i più prepotenti togliessero spazio ai più timidi.
Ma la Maestra non curava solo la nostra formazione tecnica, educandoci al rispetto reciproco. Ci rendeva, appena bambini, cittadini consapevoli del bene e del male.
Ricordo ancora la mattina di un lunedì del maggio 1992. Avevo otto anni, ero in quarta elementare e pochi giorni prima, in Sicilia, la terra della Maestra, era avvenuto un fatto che cambiò per sempre la storia della Repubblica. La Maestra dedicò l’intera giornata, scura in volto, a spiegarci cosa fosse accaduto, chi fosse Giovanni Falcone e, soprattutto, cosa fosse la mafia. Allora non compresi il perché di tanta cupa serietà, cosa che iniziai a intuire solo negli anni a venire.
Questo era la Maestra Grazia Armeli. Una donna innamorata del suo lavoro. Una professionista della scuola a servizio degli alunni, certa che la bontà del suo seme sparso con tanta generosità e con fatica (credo sinceramente controcorrente), da qualche parte sarebbe caduto portando il suo frutto.
Oggi, a distanza di trent’anni, non posso che ringraziare la Maestra per tutti i suoi doni preziosi!”